Milano, 1957

S: Sebastiano, mio padre
N: Nicola, nonno di Sebastiano
C: Signora Confalonieri
M: Io

La prima volta che Sebastiano, mio padre, è arrivato a Milano aveva da poco compiuto diciotto anni: era il 1957. Proprio come in quel film con Totò e Peppino, aveva con sé una valigia legata con lo spago e i soldi nascosti dentro ai calzini. Glieli diede suo nonno Nicola il giorno prima di partire.
N: «Hai tempo cinquantamila lire», gli disse. «Se non riesci a trovare un lavoro, quando finiscono te ne torni qui al paese e mi dai una mano a lavorare la terra.»
Mio padre aveva in tasca un indirizzo per un colloquio di lavoro e, nonostante le sue speranze, non aveva alcuna idea di quello che sarebbe successo da quel momento in avanti. L’unica cosa certa è che al paese non ci voleva tornare per nulla al mondo. Soprattutto, sapeva che non voleva ritornare indietro per mettersi a lavorare la terra insieme a suo nonno e sua madre.
Quando scese dal treno, arrivato in Via Gustavo Fara, proprio dietro la stazione, trovò solamente una distesa di prati. Quella della metà degli anni ’50 era una Milano in piena evoluzione. Nel giro di quattro anni, la  città avrebbe cambiato completamente forma: palazzi su palazzi, Ina-Case e il quartiere Gallaratese, che in origine era stato pensato come a una “città satellite”.
S: «Quando venivo a lavorare qui, al posto di questi palazzi c’era solo il verde. Oggi invece è tutto cambiato. Hai presente quando Adriano Celentano canta là dove c’era l’erba ora c’è una città? Ecco, chi ha vissuto la Milano di quegli anni sa perfettamente cosa voleva dire con “Il ragazzo della Via Gluck”. Pensa che casa nostra era ai confini della città e oggi, invece, è a poche fermate di metropolitana dal centro.»
Mi racconta anche di un concerto al Palazzo del Ghiaccio, al quale partecipò lo stesso Celentano con una band che vedeva al pianoforte un giovanissimo Enzo Jannacci. Mentre mi racconta queste storie, ha un sorriso che  nasconde l’orgoglio di essere riuscito a costruire qualcosa da solo, in una città “straniera”.
S: «Sai, ci ho messo di meno a trovare un lavoro che un appartamento in cui poter vivere per conto mio. Il problema era riuscire a trovare una pensione che affittasse a meridionali. Proprio al secondo piano di uno stabile in Via Fara avevo visto l’appartamento di una signora tedesca ma lei, in sedici metri quadri, voleva farci dormire quattro persone. Così, mentre dicevo al portinaio che era una cosa assurda, questo mi disse che aveva due appartamenti al quinto piano senza ascensore; in uno viveva la figlia con il marito e due figli piccoli mentre l’altro era ancora vuoto. Me lo diede per due mesi a diecimila lire.»
M: «Ma per capire, a quanto ammontava il tuo stipendio?»
S: «Senza straordinari erano quasi diciannovemila lire. Lavoravo dalle 8.30 alle 12.30 e poi dalle 14.30 alle 19.30»
Così, in quei due mesi, si diede da fare per riuscire a trovare un altro posto in cui stare. Aveva visto un appartamento in Via Crespi, vicino a quello di un suo collega, ma alla fine decise di lasciar perdere.
S: «Oggi in Via Crespi uno ha paura ad andarci perché dice che sono quasi tutti stranieri. In quegli anni, invece, erano tutti pugliesi e quando si entrava non sapevi se ne uscivi e come ne uscivi. Alla fine sono riuscito a trovare una camera in Via Lazzaro Palazzi al 15, un altro quinto piano.»
M: «Sempre senza ascensore, immagino.»
S: «Sì, era difficile che ci fosse l’ascensore in quegli anni, ma non era di certo un problema. Non avevo ancora vent’anni e le scale le facevo anche tre gradini alla volta. E poi lì avevo una stanza tutta per me. Pagavo 6000 lire al mese ed era compreso anche l’uso del telefono e del bagno.»

Dopo aver girato parecchi appartamenti, alla fine mio padre andò a vivere in casa Confalonieri, sempre in zona Porta Venezia, da un’anziana signora milanese rimasta vedova già da qualche anno; quando tornava dal lavoro, Sebastiano le portava qualche giornale e, una volta a settimana, le chiedeva cosa avrebbe mangiato.
C: «Eh, che vuoi che mangio? Un po’ di pastina.»
S: «Ma non le piacerebbe mangiare un bel pulaster
C: «Eh, magari…»
Così mio padre le diceva di aspettare e scendeva alla polleria sotto casa a chiedere un pollo piccolo per la Signora Confalonieri.
S: «Scendevo e poi risalivo con la cena. All’epoca andavano di moda gli amburghesi; io ci mangiavo quattro volte. Cercavo di “comprarmi” la signora con delle piccole attenzioni. Lo facevo anche perché lei con me era sempre gentile e disponibile. Quando mi cambiavo, per dire, lei prendeva le camicie e me le lavava. Poi, me le faceva trovare appese all’ingresso quando tornavo dal lavoro.»
M: «Quanto hai vissuto lì?»
S: «Sono stato lì per tre anni, dal 1962 fino a qualche mese prima di sposarmi.»

Mio padre telefonava alla signora Confalonieri ogni giorno alle 13:00 in punto. Anche se non era sua madre, voleva sapere come stesse.
S: «Le chiedevo come andava, che aveva fatto, cosa aveva mangiato.»
Il sabato mio padre lavorava fino alle 12.30 e avevano un accordo: quando lui citofonava, lei scendeva le scale e andavan a mangiare insieme in un ristorante di Via Felice Casati. Mio padre, che ha sempre amato mangiare bene, aveva fatto l’abbonamento per il pranzo. Così la vecchietta, ogni sabato, già alle 12:00 si sedeva sopra una cassapanca posta accanto al citofono ad aspettare che Sebastiano suonasse. Poi, dopo l’attesa, scendeva e andavano a pranzo, dove rifioriva. Era nata a Ostiano, in provincia di Cremona ma subito dopo il matrimonio si era trasferita in quella casa e in zona era conosciuta da tutti. Suo marito faceva il tranviere e, quando è andato in pensione, ha fatto entrare il figlio al posto suo. Anche se lui e mio padre si vedevano poco, erano amici. Era stato proprio lui a trovargli quella stanza in casa della madre. L’ultima volta che si sono visti, Sebastiano e il figlio della signora Confalonieri, è stato all’Albergo Diurno di Porta Venezia, uno in coda per farsi i capelli e l’altro per fare una telefonata.
M: «Avevo letto che c’erano anche le Terme, vero?»
S: «Sì, lì c’era di tutto. Trovavi il parrucchiere, la sarta, il calzolaio e potevi anche andare a farti la doccia. Si stava bene e si spendeva la metà.»
Mi racconta che si ritrovavano tutti al bar in mezzo alla piazza e, dove ora c’è lo Spazio Oberdan, all’angolo con Via Tadino, c’era il Cinema Giardino.

Poi, un giorno, mio padre se n’è andato a pranzo con i suoi colleghi e, a forza di parlare, si è dimenticato di telefonare dall’ufficio alla sua padrona di casa. Quando ha provato a chiamarla, nel pomeriggio, non ha ricevuto risposta. Così, è uscito dal lavoro mezz’ora prima per andare a controllare che fosse tutto a posto. Una volta a casa, nonostante la luce accesa, la chiave non entrava nella toppa. Il vicino di casa allora ha chiamato i Vigili del Fuoco che hanno scardinato la porta. Come molte delle abitazioni dell’epoca, a distanza di cinquanta centimetri dalla porta d’ingresso, ce n’era un’altra a vetri. Forse la signora Confalonieri aveva capito di non stare bene e aveva aperto la porta interna per chiedere aiuto e poi, cadendo, è rimasta incastrata tra le due porte.
S: «Mi è rimasta una cosa che non ti so spiegare. Ci credi? In tre anni non ho mai visto il mio amico passare a trovare la madre. Non sto scherzando. Sono stato lì per più di tre anni e non l’ho mai visto.»
Mio padre dice che per due settimane rimase un po’ scosso.
S: «Quando ti trovi senza famiglia in una città che non è la tua, ti affezioni subito a una signora anziana, specie se questa ti tratta come se fossi davvero suo figlio. Aveva due nipoti ma, come il figlio e la nuora, non li ho mai visti passare a trovarli.»
Sebastiano mi racconta che, dopo la morte della signora, il figlio come prima cosa andò a casa a cercare dove fossero nascosti i soldi della madre. Questo comportamento a mio padre diede fastidio e, così, fece finta di non sapere nulla.
Ma quando il figlio non sapeva come pagare i funerali, gli disse dove poteva trovare quello che cercava: sotto a una mattonella in camera da letto. Lì c’era una cassettina di ferro che si apriva con una doppia chiave posta su una mensola all’ingresso; dentro erano custoditi dei gioielli. I soldi, invece, erano sotto lo stipite del mobile in cucina. Quella donna anziana si fidava più di un ragazzo a cui aveva affittato una stanza che del proprio figlio.
Mio padre restò in quell’appartamento per altri due mesi prima di andarsene.
S: «È anche per questo che ho sempre insistito con tua nonna per farla venire a vivere con noi: non volevo facesse la fine di quella vecchietta. E poi, comunque, ci ha anche aiutato a crescere tuo fratello e te.»

Guardo mio padre, il corpo ossuto scavato dalla malattia, gli ampi gesti narrativi tipici dei meridionali, lo sguardo mesto ma ancora vivace, e penso che quel figlio, il suo amico, ha commesso un grave errore perdendosi gli ultimi anni di sua madre. E, anche se per essere qui, accanto a lui, ad ascoltare i suoi ricordi e a prendermi cura delle sue necessità quotidiane, ho messo in stand-by la mia vita, sento una leggerezza mai provata prima. Faccio qualche battuta con Sebastiano, ridiamo di gusto, prima che lui si addormenti sulla poltrona. Gli sistemo il plaid sulle gambe mentre arrivano nella stanza i suoni della strada, di questa Milano che un tempo finiva immergendosi nei campi incolti.

 

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