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Ascoltavo 12-11-1994, la seconda traccia del nuovo album dei ManzOni quando, con una veloce ricerca in rete, mi è tornato in mente un sabato della mia adolescenza. In quel periodo ero innamorato perso della mia migliore amica che, da poco, si era lasciata con un tipo che faceva pugilato.

Ricordo che quel giorno si svolse la prima grande manifestazione contro il Governo Berlusconi; a Roma si riunirono pacificamente un milione e mezzo di persone con le bandiere rosse (“la grande piazza diventa bella, come una rosa rossa appena sbocciata”, dice il testo).

Io, invece, quel giorno ero rimasto a casa di Giulia, cercando di spiegarle per quale motivo non volevo iniziare una relazione con lei. Ricordo che per un’ora abbondante restammo sdraiati in un letto a parlare, chiarendo ognuno la propria posizione. Poi, una volta in soggiorno, ci spogliammo e ne provammo molte altre.

Alla fine, però, la storia non andò come si pensava; proprio come canta Gigi Tenca sul finire di questo brano, che ha il classico timbro post rock della band, è stato “bello sì, ma solo un sogno”.

L’album di cui sto scrivendo si chiama “…si aspetta l’inverno…” ed è uscito a dicembre in download gratuito; questo, forse, per andare incontro a quelli come Giulia che pretendono la cultura gratis ma, nonostante tutto, sembrano non ottenere vantaggi nel processo evolutivo.

I ManzOni si presentano con una formazione abbastanza inusuale, composta da tre chitarristi (Fiorenzo Fuolega, Carlo Trevisan e Emilio Veronese – che, all’occorrenza, utilizzano batteria, mandolino e loop) e caratterizzata dalla differenza di età (intorno ai venticinque anni) tra i musicisti e il cantante/paroliere. Differenza di età che mi ricorda un’altra band italiana di cui, probabilmente, parleremo nei prossimi mesi.

La musica dei ManzOni, a differenza del titolo del nuovo album, è una musica che tende all’autunno (“autunno e un giorno senza vento”, da Lento) e a quei colori tipici che mettono addosso un po’ di malinconia (“una rosa rossa sfiorisce”, da 12-11-1994).

Mentre ascolto di nuovo l’album, ripenso all’ultima volta che ho visto Giulia. “Il tuo vestito grigio diventato stretto sulla pancia” sembra quasi uno dei suoi tipici “complimenti”, come “ti mancano bicipiti, tricipiti” (ancora da Manca il ritorno).

Nel disco le immagini ruotano attorno a loop, a giri di chitarra e al modo in cui Tenca recita i propri testi, che fanno del realismo e delle sconfitte una bandiera da portare avanti, in un misto di prosa e poesia. Come in Vittorio e le sue lunghe notti da passare in compagnia dei ricordi o come nell’ipocrisia di Un bel discorso o, ancora, come ne Il suono di un bacio.

…si aspetta l’inverno…, a essere onesti, è un disco bello e difficile, con canzoni che entrano nelle viscere con la loro malinconia, con quel senso di speranza disillusa, ma lasciano pochi appigli per restare in testa, non avendo la classica struttura strofe-inciso-strofe-inciso. In un periodo in cui si consuma tutto velocemente, queste canzoni vanno controcorrente, richiedono il “lusso” di prendersi poco meno di quaranta minuti per ascoltare l’album con attenzione, per trovarne la bellezza e il valore reale.

E mentre alla fine del disco l’Inverno arriva, mentre mi domando come sarebbe rivedere oggi Giulia per chiederle “dimmi, da quanto non sorridi?” (da Com’è), ripenso a quando, sempre nell’adolescenza, ho avuto modo di conoscere il suo ex, il pugile. In quel momento, ancora lo ricordo, mi sono sentito come il personaggio del brano con cui ho conosciuto i ManzOni: e io che scappo da là, scappo.

(Pubblicato su Expedit contro Kallax)

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