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Morrissey-World-Peace-Is-None-Of-Your-Business

Ascoltare dopo un lustro il nuovo album di Morrissey, World Peace Is None Of Your Business (nella versione deluxe), mi fa tornare in mente la meraviglia che provai sentendo per la prima volta You Are The Quarry. In un colpo solo smisi di tenere il muso a Morrissey per la fine del punk targato The Smiths e iniziai a seguire, con altro orecchio, le sue orme da solista melodico. Registrato in Francia e prodotto da Joe Chiccarelli (U2, White Stripes) il decimo album solista esce in doppia edizione esattamente trent’anni dopo il primo vagito targato The Smiths; una con dodici brani e l’altra, la deluxe, con diciotto. La mano di Chiccarelli rende gli arrangiamenti orchestrali che attraversano il disco coerenti coi vari cambi di registro, dagli accenni di flamenco (“Kiss Me Alot”) al rock (“Neal Cassidy Drops Dead”) fino alle classiche ballate (“I’m Not A Man”). La gran parte dei testi conferma come Morrissey avrebbe potuto avere (anche) una carriera lontana dalla musica, grazie a una capacità di scrittura che lo pone al di sopra della maggior parte dei cantautori contemporanei, con il coraggio di rime inusuali come, ad esempio, bambini e rabbia (“Everyone has babies / babies full of rabies / rabies full of scabies” da “Neal Cassidy Drops Dead”). L’attitudine punk nei testi ritorna nel brano che dà il titolo al disco, una canzone politica che tocca paesi in cui si vive una situazione difficile come l’Egitto, l’Ucraina e il Bahrain e che a tratti sembra non lasciare speranza alcuna (“Work hard and sweetly pay your taxes / never asking what for / oh oh, poor little fool”) se non nel finale (“No more you poor little fool / no more you fool”). Il suicidio (“Staircase at the University”), il dolore di un padre per la perdita del figlio (“Istanbul”) la difficoltà di definirsi uomo (“I’d never kill or eat an animal / And I never would destroy this planet I’m on / Well, what do you think I am? / A man?” da “I’m not a man”), i diritti degli animali (“The Bullfighter Dies”) e la morte (“Oboe Concerto”) sono alcuni dei temi trattati, spesso dalla parte dei disadattati. Come nel brano che porta il nome di una prigione irlandese (“But the only thing that makes me cry / is when I see the sky” da “Mountjoy”). Insomma ci si trova davanti a un Morrissey maturo, riflessivo e malinconico che semina le sue storie in un album forse non facile ma decisamente bello, di sicuro lontano dalla parola business del titolo.

(Pubblicato su Shiver)

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